Se il codice sorgente è diverso, anche se il programma ha le stesse funzionalità non c’è violazione di diritto d’autore

Non è di per sé illecito sviluppare un software che realizzi le medesime funzionalità di uno già esistente, anche se chi sviluppa il secondo aveva conoscenza del primo.

Questo è quanto, in sintesi, ha chiarito la Corte di Cassazione che si è pronunciata (sentenza n. 20250/2021) nuovamente su un caso in cui un’azienda lamentava la contraffazione del suo software da parte della licenziataria.

Nella sua pronuncia, la Corte ha sostanzialmente confermato quanto stabilito dai giudici di merito, in primo e secondo grado, precisando che l’art. 64-quater, comma 2, lett. c) l. 633/1941 vieta al licenziatario che le informazioni ottenute mediante la riproduzione del codice sorgente “siano utilizzate per lo sviluppo, la produzione o la commercializzazione di un programma per elaboratore sostanzialmente simile nella sua forma espressiva, o per ogni altra attività che violi il diritto di autore”.

Si tratta, dicono i giudici, di una tutela invocabile, innanzitutto, dopo aver verificato che il software sia creativo e che, quindi, possa rientrare nell’orbita di protezione della legge sul diritto d’autore come opera d’ingegno, secondo poi una riproduzione del software può considerarsi illecita solo se colpisce il prodotto nella sua forma espressiva.

Se sussistono differenze tra due programmi per elaboratore sviluppati dal punto di vista della loro espressione formale, costituita dal codice sorgente, non può dirsi che la licenziataria abbia copiato il prodotto della licenziante.

Più precisamente, come già stabilito dai giudici di legittimità in altre circostanze (es. Cass. Sez. I, 13/06/2014, n. 13524), sebbene il secondo software venga sviluppato a partire dal codice sorgente che sta alla base del primo applicativo, se, confrontando i due programmi, si può appurare che non viene riprodotta l’identità espressiva (ossia il nucleo centrale o cuore del software), in ragione della quale si possa ritenere che il software successivo costituisca una riproduzione abilmente mascherata (Cass., Sez. I, 27/10/2005, n. 20925) di quello antecedente e non piuttosto un modo di interpretare in maniera originale il medesimo tema informatico, non sussiste alcuna violazione.

Tutto è nelle mani dei periti dunque, sono i consulenti tecnici che, di fatto, analizzando i programmi e mettendoli a confronto, possono nel concreto appurare se il “cuore” del software sia stato nel concreto copiato.

Nel caso di specie, per la Corte non sussisteva nemmeno l’ipotesi dell’imitazione servile ricollegabile alla fattispecie della concorrenza sleale di cui all’art. 2598, n. 3 cod. civ.; poichè tale ipotesi, rimarcano gli ermellini, si identifica con la sola riproduzione delle forme esteriori individualizzanti il prodotto del concorrente . . . e non anche di quelle rese necessarie dalle caratteristiche funzionali del prodotto stesso.

Autore Avvocato Spedicato IP ICT Privacy

Avvocato Esperto in IP ICT e Privacy