Comparse nei video. E’ necessario il consenso dei passanti per riprendere in uno spazio aperto?

Molto spesso accade che le riprese di un video finalizzato a girare uno spot, piuttosto che un videoclip per un brano musicale o semplicemente destinato ad essere diffuso, vengano effettuate in un luogo pubblico, ad esempio, in strada, in una piazza, in spiaggia e può accadere che in tali circostanze casualmente vengano riprese persone comuni che in quel momento si trovano ad attraversare quell’area o vi sostano per i più vari motivi e che i soggetti così ripresi siano identificabili da chi poi si trovi a guardare il video nella fase del suo utilizzo, con conseguente diffusione dell’immagine di quelle persone che durante le riprese erano semplici pedoni.

E’ lecito quindi utilizzare l’immagine di persone comuni nei video senza il consenso di questi?

E’ sufficiente l’allestimento scenografico e il posizionamento della strumentazione necessaria per girare il video nell’area pubblica per far capire a chi sta transitando che si sta girando un video e che, dunque, se decide di attraversare l’area o sostarvi, accetta implicitamente di diventare eventualmente una comparsa?
Oppure è comunque doveroso chiedere ed ottenere un consenso espresso? E, nel caso, questo consenso come va richiesto?

A dirimere i dubbi su questa questione è intervenuta la Corte di Cassazione che recentemente si è pronunciata (sentenza del 25 novembre 2021, n. 36754) su un caso in cui una signora che, transitava in un’area aperta al pubblico insieme all’amante, si è ritrovata ad essere la comparsa di un videoclip e quando il video è stato diffuso, la signora, riconosciuta dal marito nel video (ma anche dai suoi compaesani), ha dovuto affrontare un divorzio.

E quindi cosa ha fatto la donna?
Ovviamente, ha citato in giudizio la società produttrice del video per ottenere un risarcimento del danno per violazione della sua riservatezza e della propria immagine.


E lo ha ottenuto! Con conferma anche da parte dei giudici di legittimità.
Vediamo perché.

La signora lamentava davanti ai giudici di primo grado il fatto che la sua immagine fosse stata diffusa senza che nessuno le avesse chiesto il consenso e che, a seguito e a causa di tale diffusione, la sua riservatezza e reputazione erano state violate.
In primo grado però i giudici le hanno torto, facendo leva sul fatto che il consenso doveva presumersi e che in base all’articolo 97 della legge sul diritto d’autore, in occasione di eventi svoltisi in pubblico, il consenso delle persone ritratte (o comunque riprese) non è necessario.

Contro tale decisione, la donna ha agito in appello, ottenendo questa volta giustizia. La società produttrice allora ha promosso ricorso in Cassazione per vizi di legittimità, ricorso che la Corte ha rigettato.

Posto che la questione è un’ordinaria causa di risarcimento per lesione del diritto all’immagine e non si tratta della violazione delle norme sul diritto d’autore, dunque la competenza resta dei giudici ordinari e non delle sezioni specializzate in materia d’impresa, come confermato anche dalla stessa Cassazione, la Corte d’appello ha precisato che i giudici di primo grado avevano errato nella loro pronuncia, in quanto avevano ricondotto la fattispecie al solo articolo 97 della legge sul diritto d’autore e hanno dato ragione alla donna non ritenendo sussistere «una lesione ai diritti di riservatezza e alla reputazione lamentati dall’attrice», in ragione della configurabilità di un suo consenso tacito.

Secondo i giudici di secondo grado, invece, l’articolo 97 l.d.a. va letto in combinato con l’art. 10 c.c. e da tale lettura combinata delle due disposizioni deve desumersi che «la divulgazione dell’immagine altrui è abusiva (non soltanto quando avvenga senza il consenso della persona, ma anche) senza il concorso delle circostanze» legalmente idonee ad escludere la tutela del diritto alla riservatezza – notorietà, necessità di giustizia o polizia, scopi scientifici, didattici o culturali, collegamento a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico – circostanze tutte da escludersi, compresa l’ultima, «posta la finalità esclusivamente commerciale della pubblicazione e comunque
permanendo il divieto di esposizione dell’altrui immagine, in difetto di consenso», quando l’esposizione o messa in commercio rechi pregiudizio all’onore, alla reputazione o anche al decoro della persona ritrattata.

Nel caso di specie poi non era stata portata in giudizio alcuna prova effettiva del fatto che l’area pubblica fosse stata allestita in un modo che facesse chiaramente intuire ai passanti che si stava girando un video con finalità di natura commerciale, né i giudici hanno ritenuto sufficiente che il consenso tacito della signora alle riprese, ma soprattutto alla diffusione della sua immagine, potesse desumersi dal suo sguardo che si era soffermato per pochi istanti sulle videocamere, occorrendo a tale scopo una piena consapevolezza.

I giudici hanno pertanto concluso che vi fosse stata una lesione del diritto all’immagine della signora e alla sua riservatezza e per l’illegittima pubblicazione dell’immagine le hanno riconosciuto, non solo il risarcimento del danno non patrimoniale, ma anche quello patrimoniale, in considerazione del fatto che «con la pubblicazione non autorizzata, l’autore dell’illecito si appropria indebitamente di vantaggi economici che sarebbero spettati alla vittima» e quindi con il risarcimento hanno sostanzialmente ritrasferito «quei vantaggi dall’autore dell’illecito al titolare del diritto», riconoscendo alla donna una «somma corrispondente al compenso che avrebbe presumibilmente richiesto per dare il suo consenso alla pubblicazione» (c.d. prezzo del consenso alla pubblicazione).

Tutte le argomentazioni addotte nel ricorso in Cassazione che facevano leva su difetti di procedura, sono state respinte dai giudici di legittimità.

Come comportarsi, allora, quando si gira un video in un’area pubblica? E’ necessario fermare tutti i passanti e chiedere loro il consenso alle riprese? E’ necessario oscurare tutti i volti? Basta allestire la zona in modo che le operazioni di ripresa siano inequivocabili?

Chiedere agli operatori di ingaggiare qualcuno che fermi i passanti per domandare loro il consenso scritto, è impensabile! Ma in verità questa sarebbe la scelta più sicura, tuttavia si può pensare a soluzioni alternative.

Il punto sulla questione, come precisato dalla Cassazione, è se dalle circostanze di fatto può desumersi un consenso implicito, fermo restando che l’accertamento del consenso non richiede forme particolari (Cass. 10957/2010, 11491/2006). Se quindi l’area pubblica viene allestita in modo tale che chi passa si renda consapevolmente conto che si sta girando un video che verrà poi diffuso, il consenso dei passanti, potenziali comparse, può essere anche presunto. E’ comunque opportuno che si scatti qualche foto anche agli allestimenti in modo da precostituirsi una prova…

come si è visto nel caso narrato… non si sa mai…


Ad ogni modo, sarebbe anche opportuno predisporre un’informativa privacy nelle vicinanze prossime all’area delle riprese utilizzando dei cartelli ben visibili, così da rendere le operazioni di ripresa e il loro fine inequivocabili.
Il resto dipende dalle circostanze e dalle finalità specifiche per cui si sta girando il video, oltre che dal modo in cui lo stesso verrà utilizzato.

Altro elemento da considerare è il contratto tra la società che produce il video e l’azienda a cui la realizzazione di tale video viene commissionata. Non sempre, infatti, le due operazioni vengono effettuate dalla stessa impresa. Se nel contratto è predisposta una clausola con cui (la poniamo qui banale) la società che realizza il video dichiara di aver ottenuto tutti i consensi dalle persone presenti nel video, allora in un giudizio come quello raccontato, chi produce il video potrà rivalersi su chi lo ha realizzato per inadempimento contrattuale e con tutta probabilità perderà anche le future commesse.


Per cui… occhio anche ai contratti che si sottoscrivono e a come poi ci si comporta!

Autore Avvocato Spedicato IP ICT Privacy

Avvocato Esperto in IP ICT e Privacy