Prodotti alimentari. Quando il packaging e’ ingannevole?

packaging e confezionamento prodotti alimentari

Immaginiamo di camminare in un supermercato e di fermarci davanti alla confezione di un prodotto alimentare che ci attira grazie alla grafica della sua confezione, dove sono raffigurati in modo seducente alcuni ingredienti. Per essere più pratici, poniamo l’esempio della pizza pronta, sulla confezione, l’immagine del pomodoro fresco e del basilico e la scritta “solo ingredienti naturali”. A questo punto, come ci comportiamo?

  1. Poniamo la confezione nel carrello e la portiamo alla cassa?
  2. La giriamo per approfondire la composizione del prodotto?

Nel caso in cui la maggior parte dei consumatori si comporta come indicato nell’opzione 1. e solo in un momento successivo all’acquisto, si rende conto che la pizza è in realtà composta da estratto di pomodoro ed estratto di basilico, ebbene, in quel caso, si potrebbe affermare che il consumatore sia stato tratto in inganno dalla presentazione e dalla comunicazione del prodotto?

Nel valutare l’ingannevolezza della comunicazione devono essere presi in considerazione i diversi elementi riportati sulla confezione, ovvero:

  1. i termini e le immagini utilizzate,
  2. la loro collocazione,
  3. la dimensione,
  4. il colore,
  5. il carattere tipografico,
  6. la lingua,
  7. la sintassi,
  8. la punteggiatura nelle frasi,

considerando che il parametro di riferimento resta pur sempre il consumatore medio, normalmente informato e ragionevolmente attento e avveduto.

Proprio sulla questione dell’etichettatura, del confezionamento e della pubblicità di prodotti alimentari la CGUE è stata recentemente chiamata ad esprimersi (sentenza del 4 giugno 2015, C‑195/14). Il problema giuridico si riferiva all’interpretazione della direttiva n. 2000/13/CE relativa al riavvicinamento delle legislazioni degli Stati membri sull’etichettatura dei prodotti alimentari e loro pubblicità. Sebbene la direttiva sia stata recentemente abrogata (nel dicembre 2014) con l’entrata in vigore del regolamento n. 1169/2011, ad ogni modo, la decisione della Corte – al di là del caso in questione, che rientrava nell’applicazione della direttiva n. 13 – fornisce un valido chiarimento per capire quando l’etichettatura di un prodotto e le modalità in cui esso è presentato sono da considerarsi tali da indurre in errore il consumatore, considerando, peraltro, che il Regolamento n. 1169 resta conforme ai principi di chiarezza e non ingannevolezza del consumatore, relativamente alle indicazioni apposte sui prodotti alimentari, tanto che nello stesso considerando n. 20 del Regolamento si legge “La normativa in materia di informazioni sugli alimenti dovrebbe proibire l’utilizzo di informazioni che possono indurre in errore il consumatore, in particolare circa le caratteristiche dell’alimento, i suoi effetti o le sue proprietà, o attribuire proprietà medicinali agli alimenti. Per essere efficace, tale divieto dovrebbe applicarsi anche alla pubblicità e alla presentazione degli alimenti”, principio poi ribadito anche dall’art. 7:

Pratiche leali d’informazione

  1. Le informazioni sugli alimenti non inducono in errore, in particolare:
  2. per quanto riguarda le caratteristiche dell’alimento e, in particolare, la natura, l’identità, le proprietà, la composizione, la quantità, la durata di conservazione, il paese d’origine o il luogo di provenienza, il metodo di fabbricazione o di produzione;
  3. attribuendo al prodotto alimentare effetti o proprietà che non possiede;
  4. suggerendo che l’alimento possiede caratteristiche particolari, quando in realtà tutti gli alimenti analoghi possiedono le stesse caratteristiche, in particolare evidenziando in modo esplicito la presenza o l’assenza di determinati ingredienti e/o sostanze nutritive;
  5. suggerendo, tramite l’aspetto, la descrizione o le illustrazioni, la presenza di un particolare alimento o di un ingrediente, mentre di fatto un componente naturalmente presente o un ingrediente normalmente utilizzato in tale alimento è stato sostituito con un diverso componente o un diverso ingrediente.
  6. Le informazioni sugli alimenti sono precise, chiare e facilmente comprensibili per il consumatore.
  7. Fatte salve le deroghe previste dalla legislazione dell’Unione in materia di acque minerali naturali e alimenti destinati a un particolare utilizzo nutrizionale, le informazioni sugli alimenti non attribuiscono a tali prodotti la proprietà di prevenire, trattare o guarire una malattia umana, né fanno riferimento a tali proprietà.
  8. I paragrafi 1, 2 e 3 si applicano anche:
  9. alla pubblicità;
  10. alla presentazione degli alimenti, in particolare forma, aspetto o imballaggio, materiale d’imballaggio utilizzato, modo in cui sono disposti o contesto nel quale sono esposti.

Premesso che per la direttiva n. 2000/13/CE e per il Regolamento n. 1169 si considera «etichetta»: qualunque marchio commerciale o di fabbrica, segno, immagine o altra rappresentazione grafica, scritto, stampato, stampigliato, marchiato, impresso in rilievo o a impronta sull’imballaggio o sul contenitore di un alimento o che accompagna detto imballaggio o contenitore; mentre per «etichettatura» si intende: qualunque menzione, indicazione, marchio di fabbrica o commerciale, immagine o simbolo che si riferisce a un alimento e che figura su qualunque imballaggio, documento, avviso, etichetta, nastro o fascetta che accompagna o si riferisce a tale alimento, presentiamo i fatti, per poi argomentare brevemente la sentenza della Corte.

Un’azienda tedesca commercializzava un infuso ai frutti con la denominazione “Felix Himbeer – Vanille Abenteuer” (Felix Avventura lampone – vaniglia). Sulla confezione, oltre ad altri elementi, comparivano immagini di lamponi e fiori di vaniglia, con le menzioni, come riportato in sentenza, “infuso ai frutti con aromi naturali – gusto lampone – vaniglia”.

La Federazione delle Organizzazioni dei Consumatori e le Associazioni dei Consumatori (BVV) tedesche hanno proposto ricorso contro l’azienda dinanzi al tribunale regionale di Düsseldorf, chiedendo al giudice che venisse ordinata la sospensione della pubblicità, sostenendo che gli elementi della confezione dell’infuso ai frutti erano tali da indurre in errore il consumatore rispetto alla composizione del prodotto. Secondo le associazioni tedesche, infatti, il modo in cui viene presentato il prodotto porterebbe il consumatore a credere che detto infuso contenga, tra gli ingredienti, vaniglia e lampone. Invece, è solo nell’elenco degli ingredienti riportati sulla confezione, che viene specificato che l’infuso non contiene il lampone, né la vaniglia, ma solo “aromi naturali al gusto di vaniglia e lampone”.

Il Tribunale ha accolto il ricorso, ma l’azienda ha interposto appello davanti al Tribunale regionale superiore di Düsseldorf, che ha annullato la sentenza del giudice di primo grado. Secondo il giudice d’appello, nel caso di specie, l’elenco degli ingredienti dell’infuso ai frutti, riportato sulla sua confezione, proverrebbe che gli aromi impiegati sono al gusto di lampone o di vaniglia. Quindi, non derivati naturalmente da lampone e vaniglia, ma estratti al gusto di… Secondo il giudice d’appello, pertanto, il fatto di riportare l’informazione chiara tra gli ingredienti, escluderebbe il consumatore, mediamente informato, dal rischio di inganno.

Contrariamente, secondo il giudice che ha rimesso la questione davanti alla Corte Europea, il fatto di riportare sulla confezione dell’infuso ai frutti, immagini di lamponi e di fiori di vaniglia, attirando l’attenzione del consumatore, utilizzando anche altri elementi nel packaging (come anche un sigillo con su scritto “solo ingredienti naturali”) che suggeriscono che il gusto della bevanda deriva da lamponi e da fiori di vaniglia, induce il consumatore verso una falsa impressione in relazione alla composizione del prodotto che in realtà non contiene ingredienti naturali derivanti dalla vaniglia o dal lampone, né aromi ottenuti a partire da questi ultimi.

Per risolvere la questione, il giudice tedesco ha adito la Corte di Giustizia Europea, chiedendo in sostanza se la direttiva 2000/13 debba essere interpretata nel senso che ostano a che l’etichettatura di un prodotto alimentare e le relative modalità di realizzazione possano suggerire, tramite l’aspetto, la descrizione o la rappresentazione grafica di un determinato ingrediente, la presenza di quest’ultimo in tale prodotto, quando invece, in effetti, tale ingrediente è assente, e tale assenza risulta unicamente dall’elenco degli ingredienti riportato sulla confezione di detto prodotto.

Il giudice europeo sottolinea, innanzitutto, che il consumatore deve essere informato adeguatamente e messo nelle condizioni di operare ogni scelta con cognizione e che la stessa etichettatura e le relative modalità di realizzazione non devono essere tali da indurre in errore l’acquirente, specialmente per quanto riguarda le caratteristiche del prodotto alimentare e in particolare la natura, l’identità, le qualità, la composizione, la quantità, la conservazione, l’origine o la provenienza, il modo di fabbricazione o di ottenimento dello stesso.

Pertanto, le informazioni rese al consumatore devono essere in ogni caso corrette, imparziali e obiettive, tali da non indurlo in errore (cfr. sentenza Commissione/Italia, C‑47/09, EU: C:2010:714, punto 37) e questo vale anche per la pubblicità e la presentazione degli alimenti, compresa la loro forma, il loro aspetto o confezionamento, i materiali di confezionamento usati, il modo in cui gli alimenti sono disposti, il contesto in cui sono esposti e le informazioni rese disponibili su di essi attraverso qualsiasi mezzo.

L’etichettatura, dicono i giudici europei, è composta da indicazioni, marchi, immagini o simboli relativi al prodotto alimentare che compaiono sulla confezione di tale prodotto. Se tra questi elementi, alcuni risultano mendaci o contraddittori, ambigui o errati, anche se le indicazioni sugli ingredienti risultassero chiare, esse comunque potrebbero essere insufficienti a sanare l’impressione errata che in merito alla composizione del prodotto il consumatore si è costituito nella mente in base agli elementi risultanti dall’etichettatura (intesa come l’intera confezione, in sostanza). Di conseguenza, se l’ etichettatura, considerata complessivamente, presenta un prodotto, spingendo a credere che esso contenga un ingrediente che in realtà è assente nel prodotto, può certamente indurre in errore l’acquirente sulle caratteristiche del prodotto in questione e di conseguenza violare la normativa europea (prima il riferimento andava alla direttiva n. 2000/13/CE ora, in merito all’argomento, i medesimi principi e regole sono confluiti nel Regolamento n. 1169) che impone trasparenza e chiarezza nell’etichetta, come nel confezionamento e nella pubblicità dei prodotti, di quelli alimentari, in particolare.

Il caso descritto, dunque, viene rimesso alla valutazione di merito del giudice tedesco, il quale sulla base delle indicazioni offerte dalla Corte Europea dovrà ora decidere sull’ingannevolezza di quella presentazione. Ad ogni modo, c’è da dire che sulla confezione di quel prodotto erano riportate delle immagini relative al lampone e alla vaniglia e, di fatto, quelli ingredienti, anche se in forma di aromi che ne riprendevano il gusto, erano presenti nel prodotto. Ovviamente, la descrizione dettagliata della composizione di un prodotto non può essere specificata nella pubblicità, bensì nell’etichetta degli ingredienti che ne descrive gli stessi e specifica la composizione del prodotto in modo dettagliato, è quest’ultima, in definitiva, che ha la vera e propria funzione di erudire il consumatore precisamente sugli ingredienti del  prodotto, informandolo circa l’effettiva composizione, la funzione della pubblicità, anche se deve rispettare le regole ed essere tale da non indurre in errore il consumatore … è tutt’altra cosa …

(1) L’immagine ha solo uno scopo indicativo circa il contenuto dell’articolo. Si ricorda che, in relazione alle bevande a base di frutta o con frutta esistono regole precise sull’uso delle diverse denominazioni e sull’etichettatura.

Autore Annalisa Spedicato

Avvocato Esperto in IP ICT e Privacy